Che cosa è la Verità

A chiusura dell’anno liturgico, il vangelo di questa domenica (cf. Gv 18,33-37), ci presenta il colloquio tra Pilato e Gesù, che precede la sua passione.

Il racconto evangelico sembra quasi la focalizzazione di un’immagine, come si fa con lo zoom,  perché i due protagonisti mentre sono in un luogo pubblico, si trovano improvvisamente da soli, quasi come se fosse una confessione.

Il governatore del potere imperiale e il profeta galilaico, dunque, stanno l’uno di fronte all’altro, il primo esercita il suo compito di indagatore ed il secondo è l’indagato.

Pilato inizia con la prima domanda, che fa parte della ritualità processuale: «Sei tu il re dei Giudei?» (Gv 18,33).

E Gesù cosa gli risponde? «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?» (Gv 18,35), cioè con un’altra domanda, o meglio ancora, con una controdomanda.

Pilato si innervosisce perché le domande le deve fare lui e non l’imputato che gli sta davanti: «Sono forse io Giudeo?… Che cosa hai fatto?»(Gv 18,35).

È vero che “il potere logora chi non ce l’ha” ˗ secondo l’aforisma del famoso statista Giulio Andreotti (1919-2013) ˗, ma è altrettanto vero che logora chi ce l’ha e vive nell’illusione che esso produce.

Infatti sono gli uomini di potere che fanno domande ma spesso non danno risposte, e soprattutto si infastidiscono quando vengono poste a loro.

E spesso anche noi facciamo lo stesso, quando non vogliamo ascoltare e lasciarci interrogare, non vogliamo muoverci dalle nostre posizioni, convinti che se ci spostiamo perdiamo qualcosa, e se ascoltiamo diventiamo più deboli. E, invece, non perdiamo nulla e soprattutto non diventiamo deboli, ma forti. Ci ascolta è forte, chi è disposto a cambiare acquista sapienza, chi riflette sulle provocazioni impara sempre qualcosa di nuovo.

Gesù risponde a Pilato: «Il mio regno non è di questo mondo…» (Gv 18,36), facendogli intendere che non è lui a trattenerlo o a costringerlo lì per essere giudicato e condannato, ma egli volontariamente si sottopone al suo giudizio.

Gesù accetta la sentenza di Pilato e della folla che lo condanna a morte, ma  “in piedi” e da uomo libero, perché sa di compiere la volontà del Padre.

Non è dunque Pilato a condannarlo, nonostante si atteggi a farlo convinto del suo potere, ma è Gesù che “liberamente” si offre al suo giudizio, con la piena consapevolezza che solo così si può annullare il peccato del mondo e si possono “rovesciare i potenti dai troni”: è questa la scelta della non violenza e di rispondere al male con il bene.

Di nuovo Pilato incalza: «Dunque tu sei re?» (Gv18,37). È naturale questa sua domanda, visto che Gesù sta parlando di regno. Forse veramente qui non ci ha capito più nulla. Povero Pilato, è stato confuso da Gesù.

I potenti, infatti, solo quando sono messi in crisi, cominciano ad abbassare i toni.

«Tu lo dici: io sono re… Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce» (Gv 18,37). Gesù è re e si ritiene tale, ma non come pensa Pilato, cioè non un re di potere ma testimone della verità: che non si impone con la forza ma si propone con la sua vita, che chiede di essere accolto non di essere subìto.

Ma soprattutto un re che chiede, a chi lo vuole seguire, di stare dalla parte della verità.

E per fare questo bisogna accettare lo scandalo della croce e non ribellarci ad essa, entrare in un rapporto personale con il Signore, lasciarci provocare da lui attraverso i fatti della nostra vita, scegliere sempre la non violenza e soprattutto avere il coraggio di ammettere che non comprendiamo sempre tutto di lui e di noi, e abbassare i toni con umiltà.

Don Antonio Smimmo

Parroco di Caravita – Cercola

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